REFERENDUM

10 febbraio 2003 dal 'Corriere della Sera':

«Elettrodotti, il referendum non è contro il mio decreto»

ROMA - «Il referendum sulla "servitù coattiva di elettrodotto" non c'entra niente con il decreto Gasparri relativo alle installazioni delle antenne. Sostenere che le emissioni elettromagnetiche provocano i tumori è falso. In Italia esistono limiti molto più cautelativi che in altri Paesi Europei. Un recente monitoraggio sul territorio esclude che i ripetitori per telefonia cellulare superino i limiti di legge». Infastidito da ciò che definisce «bugie e disinformazione» sulla controversa questione dell'elettromagnetismo, il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri esorta i cittadini a farsi un'opinione sulla base degli studi scientifici, piuttosto che sul «fanatismo ideologico».
Quali sono, secondo lei, gli studi scientifici che contano?
«Quelli dell'Oms, l'Organizzazione mondiale della Sanità, che, dopo lunghe indagini, ha escluso una correlazione fra insorgenza dei tumori e esposizione ai campi elettromagnetici. Ora c'è addirittura chi vorrebbe fare credere che il mio provvedimento per accelerare l'iter delle installazioni delle antenne possa fare venire la leucemia. E' un falso intollerabile. Non sono Mangiafuoco. Anche io ho una bambina di cinque anni e capisco l'apprensione della gente.
Ma non si può decidere su basi ideologiche»
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In primavera saremo chiamati a votare sull'abrogazione di una vecchia legge che obbliga i proprietari a far passare, se necessario, un elettrodotto sul proprio terreno.
«E su questo si sta facendo una grande confusione. Si tratta di un referendum promosso da verdi e associazioni ambientaliste che riguarda le linee elettriche. Si propone di eliminare un regio decreto, tuttora valido, che impone ai privati la "servitù coattiva di elettrodotto". Ma questo non ha nulla a che fare con il mio decreto che riguarda le antenne per telecomunicazioni. Dare al referendum una valenza che non ha è assolutamente scorretto».
Da che cosa è motivato il suo decreto a favore delle antenne?
«Nel giugno 2002 la commissione europea presieduta da Romano Prodi ha presentato un documento che invita i governi a facilitare la realizzazione di infrastrutture vitali per le economie nazionali, come quelle relative alle telecomunicazioni. Il mio decreto costringe l'ente locale ad accelerare le procedure di installazione delle antenne, esprimendosi entro 90 giorni. E ciò per rispetto ai gestori che hanno fatto massicci investimenti e hanno diritto a non restare bloccati per mesi in attesa dell'autorizzazione. Sette regioni su venti hanno fatto ricorso ritenendo lese le loro prerogative. Il governo ha agito sulla base di una direttiva europea. Deciderà la Corte Costituzionale».
Il suo decreto si esprime anche sui limiti di emissione?
«Assolutamente no. Noi stiamo applicando i limiti che sono indicati nella legge sull'elettromagnetismo approvata dal precedente governo di centrosinistra e che, per le antenne, sono di 6 volt per metro nel caso di aree abitate con permanenze di oltre 4 ore, e di 20 volt per metro con tempi di permanenza inferiore. Limiti che ritengo ampiamente cautelativi poiché sono dieci volte più severi di quelli in vigore in altri Paesi europei come Gran Bretagna, Francia e Germania. E faccio notare che quest'ultimo Paese è governato da una coalizione in cui ci sono i Verdi».
Questi limiti oggi vengono rispettati dagli impianti?
«I risultati di un primo monitoraggio, effettuato con centinaia di controlli sul territorio da parte delle Arpa (agenzie ambientali regionali), ha indicato che in nessun caso c'è stato superamento dei limiti di legge, relativamente alle antenne per telefonia cellulare.
Il dato più alto, rilevato in provincia di Bolzano, è di 4,5 volt per metro. In ogni caso entro l'anno ci saranno ben 1200 centraline in tutta Italia, molte delle quali mobili, per tenere sotto controllo gli impianti. I dati saranno disponibili in rete su un apposito sito»
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Forse la situazione non è altrettanto rassicurante se si considerano i ripetitori radiotelevisivi.
«Laddove esistono superamenti dei limiti, le Regioni hanno tutti gli strumenti per intervenire, eventualmente delocalizzando gli impianti, purché sia garantito il diritto alla comunicazione».

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